«Bandersnatch» – Piattaforme digitali, algoritmi predittivi e attività di pressione

Di Gianluca Sgueo

L’applicazione di algoritmi predittivi alle strategie di lobbying, unitamente all’utilizzo di piattaforme digitali che mobilitano segmenti di opinione pubblica per influenzare i processi decisionali, ha un potenziale dirompente. Per un verso, l’innovazione tecnologica promette ai portatori di interessi un drastico abbattimento dei tempi e dei costi di elaborazione delle strategie di pressione sui decisori pubblici. Per altro verso, la tecnologia sembra garantire maggiori probabilità di successo alle strategie di lobbying, consentendo ai portatori di interessi di orientare, in tempo reale, i processi decisionali conformemente alle proprie esigenze.
Sebbene non esista una formula che sappia stimare l’efficacia dell’influenza sviluppata attraverso piattaforme digitali e algoritmi, l’impressione è che il potenziale di questi ultimi sia rimasto, ad oggi, largamente inespresso. I benefici reali prodotti dall’innovazione tecnologica appaiono di molto ridimensionati rispetto a quelli auspicati – e celebrati – dai promotori delle piattaforme digitali di mobilitazione e degli algoritmi predittivi. È un problema, peraltro, che non si pone necessariamente per i grandi gruppi industriali o, più in generale, per gli interessi organizzati. Questi ultimi, infatti, possono contare su strutture articolate e attingono a un vasto bacino di risorse. Il problema nasce nel momento in cui affidiamo all’innovazione tecnologica il ruolo di «livella» del divario sociale ed economico che, sempre più frequentemente nelle democrazie contemporanee, separa i gruppi di pressione organizzati dai portatori di interessi diffusi.
L’articolo analizza due limiti intrinseci al binomio tecnologia-rappresentanza degli interessi diffusi. Il primo, di ordine quantitativo, riguarda la «rappresentatività» delle piattaforme di mobilitazione. Queste ultime sono realmente inclusive? Sono cioè capaci di attrarre un volume di contributi tale da certificare la «democraticità» del processo di aggregazione degli interessi che intendono perorare nel dibattito pubblico? Il secondo limite, invece, riguarda la qualità delle proposte e delle idee elaborate attraverso queste piattaforme. Esiste – ed è opportuno – un presidio che garantisca la costruzione di proposte solide e strutturate da introdurre nel dibattito politico e istituzionale, al fine di influenzarne efficacemente l’andamento?
Nelle conclusioni, l’articolo spiega perché una regolazione tradizionale delle attività lobbistiche rischia di arrivare tardi, risultando inutile – perché statica e dunque incapace di adattamento rispetto ai rapidi cambiamenti che l’innovazione tecnologica impone ai gruppi di pressione – o addirittura dannosa, perché in contrasto con l’obiettivo primario di qualsiasi legge sulla rappresentanza di interessi: garantire un presidio normativo chiaro, ma flessibile, su temi cruciali come trasparenza, riservatezza, etica.

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The application of predictive algorithmics to lobbying strategies together with the use of digital platforms who are able to mobilize public opinion is determining a dramatic shift. On one side technological innovation allows lobbysts to save time and economic resources to plan strategies to influence public decision making. On the other side it seems to ensure more successful strategies of influence.

Even if an exact formula to evaluate the efficacy of the influence performed through digital platforms and algorithms is missing it seems that their effective resource is still unexpressed. For sure the real advantages of these platforms seem to be reduced in comparison to what those who promote these platforms state. This problem does not regard the major industrial groups and organized interests that can rely on large organized institutions and on richer sources. The problems regards a lower level where the separation between organized groups and diffused interests is more relevant.

This article discusses two limits related to the relationship between technology and diffused interests. The first limit is quantitative: it regards the representativeness of mobilizing platforms. Are these inclusive? Are these able to offer a number of activities that can certify their “democratic value”? The second limit has to do with the quality of the proposals and ideas produced through the platforms. Do we have to think about an instrument able to produce correct and effective proposals to be introduced within the public debate?

In the conclusion section the article explains why a possible regulation of lobbying activities may be late as it risks to be static in face of rapid changes in technology and therefore unable to ensure good level of transparence, privacy and ethics.