Fuga dalla gabbia d’acciaio in Europa. Opportunità e minacce per la sussidiarietà orizzontale e la cura condivisa dei beni comuni all’italiana

Di Daniela Ciaffi e Umberto Di Maggio

L’Italia come laboratorio pilota di sussidiarietà orizzontale è da anni
sotto l’attenta osservazione di studiosi, attivisti e policy makers internazionali interessati alla cura dei beni comuni attraverso azioni di interesse generale. Rispetto alla concezione verticale che l’Unione europea ha della sussidiarietà, è in un certo senso provocatorio il messaggio che circa 250 comuni italiani e un paio di regioni lanciano, implicitamente, quando pattuiscono quotidianamente forme di cogestione di spazi e servizi comuni.
Lo fanno infatti nel più orizzontale dei modi: alla pari con soggetti
diversi – pubblici, privati, gruppi, associazioni, gruppi e singoli abitanti
attivi – e attraverso migliaia di «patti di collaborazione»: dispositivi
tanto innovativi quanto ordinari che esistono nel diritto amministrativo
italiano, in quelle città e nei territori in cui la pubblica amministrazione
si doti di un «Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni
comuni». Il concetto teorico di «amministrazione condivisa» coniato
da Gregorio Arena nel 1997 sta rapidamente guadagnando movimento,
così che la cura condivisa dei beni comuni materiali e immateriali «all’italiana» fa ipotizzare agli autori di questo contributo che la democrazia si possa evolvere in direzione contributiva, come hanno iniziato a dire in Francia, ma solo a condizione di sfidare davvero alcuni ostacoli che oltre un secolo fa Max Weber iniziò a mettere a fuoco. Nel 1905 il celebre studioso avvertì della condizione di «gabbia di durissimo d’acciaio» per esplicitare il processo di burocratizzazione entro cui la modernità sembra ridursi. Perdita dello spirito vocazionale nella professione, discostamento da sommi valori nell’adempimento lavorativo, nonché mera ricerca di soddisfazione a passioni agonali e spinte competitive sembravano essere le uniche ratio motivazionali per quelle condotte divenute, ormai, «pietrificate», anche da parte di coloro che erano e sono oggi predisposti, in quanto pubblici amministratori, nell’espletamento di attività per il bene
comune e l’interesse generale.

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